
È un po’ che non scrivo sul mio blog. Tra impegni lavorativi e istituzionali – e le inevitabili urgenze quotidiane – il tempo sfugge e la scrittura resta in attesa.
Ma dopo un periodo piuttosto “infuocato” di discussioni e dopo alcuni recenti attriti, sento la necessità – o forse semplicemente il desiderio – di condividere qualche riflessione.
Nel dibattito professionale esiste una linea sottile tra fermezza e rigidità, tra autorevolezza e bisogno di affermazione.
in realtà non è il dissenso a rendere complesso un confronto. Il dissenso è fisiologico, anzi necessario. È il modo in cui lo si abita a fare la differenza.
Il dialogo autentico presuppone una disponibilità rara: la possibilità di essere messi in discussione. Significa argomentare senza trasformare ogni obiezione in una minaccia, sostenere una tesi senza viverla come un’estensione della propria identità. Quando questa disponibilità manca, il confronto si irrigidisce e smette di essere tale.
Talvolta l’insistenza non nasce dall’interesse per il tema, ma dall’esigenza di riconoscimento. Non si cerca soltanto di sostenere una posizione: si cerca di affermare un ruolo. È una dinamica comprensibile, profondamente umana. Tuttavia, nel dibattito (tecnico), il bisogno di legittimazione personale finisce spesso per sovrapporsi all’analisi normativa, alterandone la serenità.
Vi è poi un aspetto più sottile. Le posizioni più solide, di norma, non hanno bisogno di alzare il tono. La competenza autentica è capace di misura; sa convivere con l’ambiguità, con la complessità, con l’eventualità di letture alternative. Dove prevale l’enfasi, spesso si avverte una tensione che non appartiene al diritto, ma alla propria proclamazione.
Il diritto, del resto, è terreno di interpretazione, non di proclamazione.
Forse la maturità professionale si riconosce proprio qui: nella capacità di distinguere tra chi cerca un confronto e chi cerca una vetrina. E nella libertà di scegliere, di volta in volta, se entrare nel dialogo o lasciare che resti un monologo.
Non è una questione di contenuti.
È una questione di postura.
Ci sono persone che non entrano in una discussione per confrontarsi, ma per occupare spazio. Non parlano con gli altri: parlano sopra gli altri. La differenza si percepisce subito. Il dialogo comporta il rischio di mettersi in gioco; il monologo invece pretende solo consenso.
Si diventa quindi insopportabili quando si smette di cercare un confronto e si inizia, piuttosto, a cercare un pubblico.
Forse è il bisogno di riconoscimento? Alcuni non vogliono semplicemente avere ragione: vogliono essere riconosciuti come quelli che hanno ragione. È diverso. Si moltiplicano le citazioni, si enfatizzano le parole, si evocano persino incriminazioni immaginarie. Il sottotesto non è giuridico, ma identitario: “Guardatemi. Sono io l’interprete autentico”.
Ma la sicurezza vera non ha bisogno di maiuscole.
E infine c’è l’aspetto meno evidente, ma forse il più frequente: l’arroganza.
L’arroganza, quasi sempre, è un meccanismo di compensazione.
La competenza solida è calma.
Sa reggere l’obiezione.
Sa convivere con l’ambiguità del diritto.
Non ha bisogno di trasformare ogni confronto in una prova di forza.
Chi cerca davvero il dialogo accetta la possibilità di incontrare idee diverse dalle proprie.
Chi cerca solo conferma, invece, finisce spesso per irrigidirsi.
E a quel punto il problema non è più la verità.
È il bisogno che si sta cercando di soddisfare.
Luigi Mercurio